Cadelbosco di S. (RE) - Per vendetta li aveva falsamente accusati di averla violentata

immagine di repertorio
30 ottobre 2014

Da oltre due anni sulla graticola, fra gravi accuse (sequestro di persona, violenza sessuale di gruppo e lesioni) da parte di una connazionale; l’arresto, la “conoscenza” del carcere e ieri – in tribunale a Reggio Emilia – lo “spettro” di una pesantissima condanna ad otto anni di reclusione richiesta dalla pm Maria Rita Pantani.
Poi la Corte – presieduta da Francesco Maria Caruso, giudici a latere Cristina Beretti ed Andrea Rat – esce dalla camera di consiglio con una sentenza d’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Insomma, i due fratelli marocchini Mokhatar (38 anni) e Abdelai El Anbar (37 anni) erano finiti nei guai per un’invenzione che, come nell’arringa aveva prima sottolineato in aula l’avvocato difensore Alessandro Carrara, affonda le radici «nei dissapori fra il fidanzato della donna e i due fratelli, da qui questa brutta storia architettata per ritorsione, come le tante contraddizioni emerse confermano».
Ieri, prima della sentenza, i due fratelli – in un faticoso mix di italiano e arabo, con pure l’aiuto di un interprete – si sono proclamati innocenti. Su di loro pende una vicenda orrenda. Secondo gli inquirenti, il 7 luglio 2012 a Cadelbosco Sopra, una marocchina di 29 anni era uscita, in macchina, per ricaricare il telefonino e si era ritrovata seguita da un'auto che poi la superava e la costringeva a fermarsi. Uno dei due fratelli scendeva dalla macchina, rifilava due pugni alla 29enne e, minacciandola con un coltello, le ordinava di rimettersi al volante e di seguire la macchina del complice che usciva dal paese e puntava verso le campagne di Bagnolo. Poi si fermavano in un campo di mais e uno dei due nordafricani faceva da "palo", mentre l'altro sempre con la minaccia del coltello, faceva spogliare la 29enne per violentarla.
La donna – costituitasi parte civile – ha rimarcato tramite il proprio legale le condizioni in cui si era presentata ai carabinieri quel giorno: sconvolta e tumefatta al viso. Ma la Corte non le ha creduto.


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